Quando eravamo piccoli il mondo era semplice: i batteri erano una cosa cattiva, che faceva ammalare le persone. Sono stati combattuti con disinfettanti, antibiotici o altre sostanze chimiche. In realtà, fino a qualche anno fa, associavo i batteri solo a cose negative.
Come è cambiato il mondo! Oggi è chiaro a tutti che non esistono solo batteri cattivi, ma anche batteri buoni. È possibile acquistare i cosiddetti “batteri buoni” (probiotici) e assumerli in capsule. Questo argomento è diventato uno dei maggiori trend di salute a livello globale. In qualità di integratori alimentari, dispositivi medici o addirittura farmaci, i probiotici dovrebbero essere in grado di aiutare a contrastare varie malattie o, in generale, ad aumentare il benessere e a promuovere la salute intestinale.
I produttori si superano proponendo attributi sempre più stravaganti. Si legge di “preparazioni ad alto dosaggio”, preferibilmente con “ceppi germinali leader”, che meglio di tutti hanno un “effetto sinergico” nell’intestino.
Ma cosa c'è di vero in questa tendenza dell’industria farmaceutica? Le promesse altisonanti sono esagerate o i probiotici possono davvero essere la cura miracolosa per eccellenza? Questi piccoli aiutanti dell’intestino mantengono le promesse formulate dall’industria farmaceutica? E a cosa bisogna prestare attenzione quando li si acquista? Abbiamo approfondito l’argomento per voi, dando anche un’occhiata alla ricerca che sta alla base di questa tendenza.
Come tutto ebbe inizio
Nel 2001, il professor Joshua Lederberg, che quasi 50 anni prima aveva ricevuto il premio Nobel per il suo lavoro pionieristico nel campo della ricerca sui batteri, coniò un termine che sarebbe diventato una parola chiave per la ricerca medica del XXI secolo: la parola "microbiota".
Con questo termine accattivante egli intendeva l’enorme comunità di batteri presenti nel nostro intestino. Fino ad allora, questi batteri non erano mai stati considerati come fonte di salute o causa di disturbi, cosa che Lederberg, invece, era determinato a cambiare. Ma lui stesso probabilmente non aveva idea degli effetti su larga scala che la sua ricerca avrebbe avuto.
È vero che singoli scienziati avevano condotto ricerche sull’argomento anche in precedenza, cercando di chiarire l’importanza dei batteri intestinali per vari aspetti della vita, ma l’interesse dei ricercatori è aumentato rapidamente solo negli anni 2000, soprattutto perché la diminuzione dei costi del sequenziamento dell’intero genoma (scomposizione del materiale genetico) permise di identificare gli organismi dai campioni senza doverli coltivare, e quindi di decifrare in modo olistico la composizione individuale del microbiota, cioè la diversità dei batteri presenti nell’intestino dell’uomo o degli animali.
A seguito del grande interesse della ricerca, sono nate in tutto il mondo iniziative per scoprire quanto la composizione individuale dei batteri che vivono nel nostro intestino influisca sulla salute umana. Nei grandi progetti come lo “Human Microbiome Project” (dal 2007) o l’“American Gut Project” (dal 2012), ad esempio, l’esatta composizione dei batteri dell’intestino è stata decodificata, categorizzata e sistematicamente confrontata in migliaia di volontari.

Quanto emerso da queste migliaia di studi è davvero rivoluzionario. I batteri del nostro intestino non influenzano solo l’intestino stesso, ma tutto il nostro organismo. I ricercatori hanno individuato delle connessioni con il nostro benessere, con altri organi, con il cervello e persino con le malattie mentali.
Questa connessione tra la composizione del nostro microbiota e i vari modelli di malattia ha letteralmente elettrizzato la comunità scientifica, perché ha sollevato una questione potenzialmente in grado di migliorare la vita di milioni di persone a lungo termine. Ci si è chiesti se, qualora esistesse una connessione tra un modello di malattia e il microbiota, il trattamento di questo modello di malattia non possa basarsi anche sul microbiota.
Ovvero, se non si potesse cercare un microbiota in cui, ad esempio, i batteri nocivi avessero preso il sopravvento, “pulirlo”, quindi riportarlo in salute, e così facendo trattarlo per un’ampia varietà di disturbi. E, qualora ciò fosse possibile, ci si chiedeva allora per quali disturbi si sarebbero potute fornire evidenze scientifiche del beneficio della cura a base di probiotici.
Negli anni successivi la ricerca proseguì a ritmo serrato, portando a scoperte rivoluzionarie.
L’influenza del microbiota intestinale sulla risposta immunitaria
Solo pochi anni dopo che il Prof. Lederberg identificò per la prima volta il microbiota, un gruppo di ricercatori guidati dal Prof. Giuseppe Vighi e dal Prof. Francesco Marcucci dell’Università di Perugia fece una scoperta quasi incredibile che rivoluzionò il punto di vista dei ricercatori circa le difese immunitarie dell’organismo. Circa il 70% dell’intero sistema immunitario umano e l’80% delle plasmacellule responsabili della produzione di anticorpi si trovano nell’intestino. La domanda che si posero era ovvia: Se gran parte del sistema immunitario si trova nell’intestino, qual è dunque il ruolo del microbiota?
I ricercatori giunsero alla scoperta decisiva successivamente. Ricercatori come Hsin-Jung ed Eric Wu dell’Università dell’Arizona dimostrarono l’esistenza di una stretta interazione tra il microbiota intestinale e il sistema immunitario. Per farlo, condussero uno studio sul sistema immunitario di particolari topi privi di microbiota, i cosiddetti topi "germ-free" (GF). I ricercatori scoprirono che il controllo del sistema immunitario di questi topi era significativamente peggiorato rispetto ai loro simili dotati di microbiota.
Inoltre, i topi privi di microbiota presentavano anche un numero inferiore di specifiche cellule immunitarie killer in grado di attaccare gli agenti patogeni. In altre parole, sia il controllo delle difese immunitarie che le sue “armi” erano notevolmente indebolite.
Il fatto che un numero insufficiente di batteri buoni nell’intestino possa rappresentare un vero e proprio problema per il sistema immunitario è confermato anche dai più recenti risultati delle ricerche sul tema Covid-19, ad esempio quelle del Prof. Ikram Hussain e del Prof. Gabriel Liu Chan Cher di Singapore e dei Prof. Ritupama De e Shanta Dutta di Kolkota (India). Secondo i loro dati, i pazienti con un numero insufficiente di batteri “buoni” nell’intestino sono anche significativamente più suscettibili a gravi episodi di Covid-19. Inoltre, il microbioma contribuisce anche ai postumi del virus (ad esempio, il long covid).

Ma allora come si potrebbe utilizzare la conoscenza del fatto che il microbiota intestinale sano è fondamentale per le difese immunitarie per rafforzare il microbioma delle persone con un sistema immunitario indebolito attraverso la pulizia intestinale e quindi aiutarle a migliorare le proprie difese immunitarie?
L’idea vincente la ebbe un team di ricercatori guidati da Sangman Kim e Jennifer DeFazio dell’Università di Chicago. Per verificare se l’apporto mirato di un microbiota sano possa servire rafforzare le difese contro gli agenti patogeni dannosi, il gruppo condusse un esperimento sui topi. Nell’esperimento suddivisero i topi in due gruppi. Dopo aver deliberatamente indebolito il loro sistema immunitario, esposero entrambi i gruppi di topi ad alcuni agenti patogeni che spesso causano avvelenamento mortale del sangue negli esseri umani.
Diedero quindi il microbiota di un topo sano a un gruppo di topi, pulendo così il loro intestino, mentre non fecero nulla con l’altro gruppo di topi. Il risultato fu sensazionale, poiché nel gruppo di topi che aveva ricevuto il microbiota di un topo sano, circa il 90% dei topi era sopravvissuto, mentre nell’altro gruppo solo circa il 20% sopravvisse all’infezione.
Con questa incredibile evidenza, i ricercatori hanno dimostrato che il microbiota influenza in modo decisivo le nostre difese immunitarie e che un microbioma sano è la chiave per delle difese immunitarie forti.
L’influenza del microbiota sull’obesità
Di un’altra connessione si sono occupati a lungo i ricercatori da tutto il mondo. Si sono chiesti come sia possibile che alcune persone ingrassino molto più velocemente di altre, anche se seguono una dieta simile o identica. Il fenomeno è noto a tutti: ci sono persone che ingrassano solo alla vista di un dolce. Altri, invece, possono mangiare cose non propriamente sane a volontà e senza ingrassare di un grammo.
A questa domanda cercò di rispondere Peter J. Turnbaugh, ex ricercatore di Harvard e ora professore all’Università della California. Voleva scoprire se anche il microbiota avesse a che fare con lo sviluppo dell’obesità. Turnbaugh, all’epoca dottorando nel dipartimento del Prof. Jeffrey I. Gordon, noto come “padre del microbiota”, esaminò per questo il microbiota intestinale di coppie di gemelli umani. La particolarità delle coppie di partecipanti allo studio era che uno dei gemelli era magro, l’altro in sovrappeso.

Apparve così che i partecipanti allo studio in sovrappeso (non imparentati) presentavano delle somiglianze che li distinguevano persino dai loro gemelli magri. I partecipanti in sovrappeso, infatti, presentavano una diversità e una composizione dei batteri intestinali significativamente ridotta. Pertanto, anche il loro microbiota presentava un numero e una quantità di batteri ridotte. La scoperta entusiasmante fu la connessione tra cambiamento del microbiota (i ricercatori parlano di cosiddetta disbiosi) e obesità! Ma come utilizzare questa scoperta per aiutare le persone in sovrappeso?
A questa domanda Turnbaugh rispose dopo aver condotto uno studio sui topi. Nel suo laboratorio suddivise gli animali in due gruppi. A un gruppo fu impiantato il microbiota intestinale, ovvero l’insieme di batteri intestinali, di topi magri, all’altro gruppo quello di topi in sovrappeso. Turnbaugh si assicurò poi che entrambi i gruppi ricevessero esattamente gli stessi alimenti, in modo da poter essere certo che qualsiasi variazione di peso non potesse avere nulla a che fare con la dieta.
Il risultato sorprendente emerso fu che i topi che avevano ricevuto il microbiota di topi in sovrappeso ingrassarono in maniera significativamente maggiore rispetto al gruppo che aveva ricevuto il microbiota di topi magri. E questo, come già detto, avvenne mantenendo la medesima dieta per entrambi i gruppi!
Jeremiah J. Faith della Washington University di St. Louis, dove aveva lavorato anche Turnbaugh, unì i due esperimenti sopra citati. Prese spunto dallo studio sui gemelli umani in cui uno era magro e l’altro in sovrappeso. Prese il loro microbiota e lo impiantò a due gruppi di topi. Un gruppo di topi ricevette il microbiota dei gemelli magri, l’altro quello dei gemelli in sovrappeso. Il risultato fu che il gruppo di topi che aveva ricevuto il microbiota dei gemelli umani in sovrappeso prese molto più peso rispetto al gruppo che aveva ricevuto il microbiota dei gemelli magri.
In questo modo i ricercatori hanno potuto dimostrare che un microbiota sano può essere fondamentale per milioni di persone per mantenere un fisico snello e avere un futuro migliore. E l’assunzione mirata di un microbiota sano (ad esempio con un probiotico ad alto dosaggio e molto diversificato) potrebbe essere proprio la chiave di questo futuro migliore.
L’influenza del microbiota sulla stanchezza e l’affaticamento
Un altro gruppo di ricercatori che si occupano di microbiota voleva scoprire se un approccio particolare al microbiota potesse migliorare la vita di milioni di persone che soffrono di stanchezza e affaticamento frequenti. Pioniere in questo caso fu un gruppo di ricercatori guidati dal belga Marc Frémont.
Gli scienziati condussero uno studio in Belgio e Norvegia in cui utilizzarono la tecnologia di sequenziamento del gene 16s rRNA per confrontare la composizione del microbiota di pazienti che soffrivano di affaticamento o stanchezza frequenti con quello di persone sane. La loro sorprendente scoperta fu che il microbiota dei belgi e dei norvegesi era di per sé diverso; tuttavia, nei pazienti che soffrono di stanchezza e affaticamento frequenti risultava alterato in modo molto simile per entrambi i Paesi. Alcuni gruppi di batteri, come Lactonifactor e Alistipes, erano chiaramente sovra rappresentati, mentre altri gruppi di batteri buoni non erano presenti in numero sufficiente.
Dopo questo studio, altri studi, tra cui uno della rinomata Cornell University di New York, confermarono che il microbiota delle persone che soffrono più frequentemente di stanchezza e affaticamento è chiaramente alterato. Ma l’influenza mirata del microbiota, ad esempio trasferendo un microbiota sano, potrebbe essere utile anche in questo caso?

Ci provarono per la prima volta Thomas Borody, direttore del Centro per le malattie dell’apparato digerente del Nuovo Galles del Sud (Australia), e il suo team. Il gruppo condusse uno studio in cui 60 pazienti che spesso soffrono di affaticamento sono stati alimentati con il microbiota di persone sane. I risultati furono sorprendenti: il 70% dei pazienti ha percepito un miglioramento significativo, che in gran parte è stato anche duraturo!
Il team guidato da Shelly Coe e Hooshang Izadi dell’Oxford Brookes University, in Inghilterra, basandosi su questo fatto, suddivise i soggetti del test, che soffrivano di frequente di stanchezza e spossatezza, in due gruppi. Un gruppo ricevette un trattamento convenzionale, che comprendeva, ad esempio, una consulenza nutrizionale e l’assunzione di singoli micronutrienti; all’altro gruppo venne somministrato il microbiota di persone sane. Il risultato fu che il gruppo il cui il microbiota era stato sostituito con il microbiota di persone sane ha mostrato un miglioramento significativamente maggiore rispetto al gruppo di confronto.
Anche in questo caso, quindi, è stata fornita la prova che l’apporto mirato del microbiota di persone sane, cioè di batteri speciali ad alto dosaggio e in un’elevata diversità, può migliorare significativamente la vita delle persone che soffrono di stanchezza e affaticamento.
Perché molti probiotici deludono e quali sono gli errori commessi dai produttori?
Alla luce di questi risultati, non sorprende che i probiotici siano diventati una tendenza sanitaria globale. Del resto, l’idea alla base dell’assunzione di probiotici (= “batteri buoni”) risiede proprio nelle scoperte dei ricercatori.
Eppure, molti probiotici comuni presenti sul mercato deludono gli studi scientifici e spesso anche i clienti non sono soddisfatti. Troppo spesso, infatti, gli effetti sperati non si avverano. Per quale motivo? Abbiamo smascherato gli errori più comuni dell’industria farmaceutica.

Specificità dei ceppi, ovvero perché, ad esempio, non tutti i bifidobatteri sono uguali
Quelli che per persone non del settore possono sembrare batteri tutti uguali, nella pratica clinica hanno spesso effetti differenti. Questo perché i batteri sono caratterizzati dalla cosiddetta specificità del ceppo. Ciò significa che anche i ceppi batterici strettamente imparentati possono avere caratteristiche fondamentalmente diverse.
Ad esempio, esistono esperimenti condotti su due ceppi di bifidobatteri quasi identici nella sindrome del colon irritabile. Mentre uno dei due batteri si è dimostrato in grado di dare un sollievo significativo ai pazienti, l’altro ha addirittura peggiorato i sintomi. L’effetto dei batteri, benché molto simili, è stato quindi completamente opposto.
Applicato agli esseri umani, il concetto può essere spiegato con l’esempio di due fratelli che possono avere comportamenti sostanzialmente differenti nonostante condividano un patrimonio genetico in parte identico. Molte delle persone che ricorrono ai probiotici non sono a conoscenza di questo fatto.
Anche molti produttori non ne tengono conto e combinano alcuni generi di batteri (come i bifidobatteri, ecc.) in modo quasi arbitrario, senza rintracciare i ceppi specifici che possono realmente apportare benefici.
Mancanza di evidenze scientifiche
Ma se l’effetto dei batteri è così individuale, come si fa a determinare quali sono i ceppi specifici giusti per un probiotico?
Per testare a livello generale l’effetto di un determinato principio attivo, nella ricerca scientifica si è affermata una procedura di studio molto specifica ed elaborata, che i ricercatori chiamano “gold standard”. Negli studi scientifici, quando si parla di “gold standard” si intende che a un gruppo di pazienti viene somministrato il principio attivo, mentre a un altro gruppo viene somministrato un placebo, ovvero una sostanza inerte con lo stesso sapore e aspetto del principio attivo. Né i medici curanti né i pazienti sanno se stanno ricevendo il verum (= vero principio attivo) o il placebo.
In questo caso si parla di studio in doppio cieco. Solo se nel gruppo verum si osserva un miglioramento dei sintomi chiaramente e statisticamente significativo rispetto al gruppo placebo, si può parlare di reale effetto ed efficacia del preparato.
Purtroppo, solo pochi produttori di probiotici effettuano questi studi gold standard, perché molto complessi e costosi. I costi di tali studi sono nell’ordine di molti milioni di euro. Di conseguenza, i risultati sono spesso deludenti perché, ad esempio, non si riscontra alcuna differenza significativa tra verum e placebo. L’elevato investimento risulta pertanto inutile per il produttore.
Solo pochissimi produttori di probiotici, quindi, conducono realmente ricerche cliniche di alto livello e pubblicano i risultati in riviste scientifiche riconosciute a livello internazionale. Tuttavia, è solo conducendo tali studi di base che è possibile creare un probiotico ottimale.
Dipende dall’elevata diversità di batteri
Gli studi sopra citati avevano un elemento in comune, ovvero rafforzare in modo specifico il microbioma dei topi o degli esseri umani aggiungendo un “microbioma sano”. Tuttavia, un microbioma sano non contiene solo 5, 10 o 20 ceppi batterici, bensì molti di più. I ricercatori stimano che l’intestino umano sia colonizzato da oltre 100 generi diversi di batteri. Com’è possibile che 5, 10 o 20 ceppi facciano la differenza? L’elevata diversità è essenziale per imitare l’effetto degli studi sopra elencati.
Purtroppo, però, sul mercato non esiste quasi nessun preparato che contenga più di 50 ceppi. Il motivo è da ricercare negli enormi costi o nell’avidità di profitto dei produttori. Un preparato con più di 50 ceppi costa naturalmente molto di più di un preparato con 5 o 10 ceppi. E poiché molti clienti non sono consapevoli dell’importanza di un'elevata diversità, si riescono a vendere molto bene anche i preparati con pochi ceppi batterici.
Dipende dal dosaggio straordinariamente alto
Ciò che colpisce degli studi descritti all’inizio è che in tutti i casi l’obiettivo era quello di ottenere un effetto positivo duraturo sul microbioma del paziente o del topo. In particolare, un numero spesso ridotto di diversi batteri intestinali benefici doveva essere compensato dal punto di vista quantitativo dall’apporto mirato di un gran numero di questi batteri.
E ancora più sconcertante è il fatto che il dosaggio dei probiotici disponibili sul mercato è di solito di circa 108 – 1010 CFU (unità formanti colonie). Ciò significa che il numero di germi in grado di riprodursi è compreso tra cento milioni e dieci miliardi.
Quello che solo pochi sanno è che rispetto al numero di batteri presenti nell’intestino umano naturale, si tratta di un numero estremamente ridotto! Oggi i ricercatori ritengono che nel nostro intestino vivono 10-100 trilioni di batteri, ovvero più batteri delle cellule che compongono l’organismo umano.
Quindi, per avere un effetto duraturo sul microbioma, bisognerebbe aggiungere un numero significativamente più alto di batteri, ad esempio 500 miliardi di batteri e non solo qualche milione.
Stabilità, ovvero perché il confezionamento è così importante
Affinché i batteri del nostro microbiota sortiscano l’effetto desiderato, devono essere vivi. Per questo, dopo la coltivazione i batteri vengono liofilizzati tramite un processo particolare e complesso. In questo modo entrano in una sorta di ibernazione, dalla quale si risvegliano solo quando entrano in contatto con un liquido.
Ma cosa accadrebbe se ci fosse del liquido nella confezione e i batteri vi entrassero in contatto? Esattamente quello che state pensando: si risvegliano dal “letargo”. E come gli animali dopo il letargo, anche i batteri hanno bisogno fondamentalmente di una cosa, ovvero il cibo. Tuttavia, non trovandolo nella confezione, morirebbero nel giro di poche ore o giorni. La cosa impressionante è che anche una minima quantità di umidità penetrante sarebbe sufficiente a far morire completamente quei preziosi batteri.
Il gold standard per quanto riguarda il confezionamento è il cosiddetto blister in alluminio, in cui le capsule sono inserite singolarmente in una camera di alluminio e quindi protette da possibili infiltrazioni di umidità. I flaconi di plastica o di vetro con tappo a vite sono molto peggio in termini di infiltrazioni di umidità. In questi casi, infatti, l’umidità dell’aria penetrerebbe automaticamente al più tardi dopo la prima apertura del barattolo e i batteri inizierebbero a morire. Anche gli “assorbitori di umidità” pubblicizzati all’interno dei flaconi non sono di grande aiuto.
Studi condotti da istituti indipendenti hanno dimostrato che molti probiotici in commercio contengono solo batteri morti, perché il loro confezionamento non li protegge sufficientemente dall’umidità. E da morti, anche i batteri più preziosi di solito non hanno effetto. Pertanto, verificate sempre se i probiotici che scegliete sono protetti all’interno di un blister di alluminio!
Tra l’altro, i più rinomati fornitori effettuano i cosiddetti studi di stabilità sui loro prodotti. Si tratta di procedure in cui diverse decine di confezioni di un lotto di produzione vengono conservate in determinate condizioni di temperatura e umidità per mesi e anni e a intervalli regolari (ad esempio, 3 mesi), alcune confezioni vengono aperte per determinare il numero di batteri ancora presenti attraverso una particolare procedura di analisi.
In questo modo, il produttore è in grado di garantire che il suo prodotto sia adeguatamente protetto dall’umidità e dalla temperatura. Tuttavia, anche questi studi sono molto onerosi ed è per questo che purtroppo solo pochissimi produttori si impegnano a fondo.
Lederberg J, McCray A. Ome sweet 'omics: A genealogical treasury of words. The Scientist. 2001;15:8. https://www.the-scientist.com/commentary/ome-sweet-omics---a-genealogical-treasury-of-words-54889
Hua, X., Goedert, J. J., Pu, A., Yu, G., & Shi, J. (2015). Allergy associations with the adult fecal microbiota: Analysis of the American Gut Project. EBioMedicine, 3, 172–179. https://doi.org/10.1016/j.ebiom.2015.11.038
Kim, S. M., DeFazio, J. R., Hyoju, S. K., Sangani, K., Keskey, R., Krezalek, M. A., Khodarev, N. N., Sangwan, N., Christley, S., Harris, K. G., Malik, A., Zaborin, A., Bouziat, R., Ranoa, D. R., Wiegerinck, M., Ernest, J. D., Shakhsheer, B. A., Fleming, I. D., Weichselbaum, R. R., Antonopoulos, D. A., … Alverdy, J. C. (2020). Fecal microbiota transplant rescues mice from human pathogen mediated sepsis by restoring systemic immunity. Nature communications, 11(1), 2354. https://doi.org/10.1038/s41467-020-15545-w
Turnbaugh, P., Ley, R., Mahowald, M. et al. An obesity-associated gut microbiome with increased capacity for energy harvest. Nature 444, 1027–1031 (2006). https://doi.org/10.1038/nature05414
K., Faith, J. J., Rey, F. E., Cheng, J., Duncan, A. E., Kau, A. L., Griffin, N. W., Lombard, V., Henrissat, B., Bain, J. R., Muehlbauer, M. J., Ilkayeva, O., Semenkovich, C. F., Funai, K., Hayashi, D. K., Lyle, B. J., Martini, M. C., Ursell, L. K., Clemente, J. C., Van Treuren, W., … Gordon, J. I. (2013). Gut microbiota from twins discordant for obesity modulate metabolism in mice. Science (New York, N.Y.), 341(6150), 1241214. https://doi.org/10.1126/science.1241214
Frisbee, A. L., & Petri, W. A., Jr (2020). Considering the Immune System during Fecal Microbiota Transplantation for Clostridioides difficile Infection. Trends in molecular medicine, 26(5), 496–507. https://doi.org/10.1016/j.molmed.2020.01.009
De, R., & Dutta, S. (2022). Role of the Microbiome in the Pathogenesis of COVID-19. Frontiers in cellular and infection microbiology, 12, 736397. https://doi.org/10.3389/fcimb.2022.736397
Hussain, I., Cher, G., Abid, M. A., & Abid, M. B. (2021). Role of Gut Microbiome in COVID-19: An Insight Into Pathogenesis and Therapeutic Potential. Frontiers in immunology, 12, 765965. https://doi.org/10.3389/fimmu.2021.765965
Frémont, M., Coomans, D., Massart, S., & De Meirleir, K. (2013). High-throughput 16S rRNA gene sequencing reveals alterations of intestinal microbiota in myalgic encephalomyelitis/chronic fatigue syndrome patients. Anaerobe, 22, 50–56. https://doi.org/10.1016/j.anaerobe.2013.06.002
Wu, H. J., & Wu, E. (2012). The role of gut microbiota in immune homeostasis and autoimmunity. Gut microbes, 3(1), 4–14. https://doi.org/10.4161/gmic.19320
Wiertsema, S. P., van Bergenhenegouwen, J., Garssen, J., & Knippels, L. (2021). The Interplay between the Gut Microbiome and the Immune System in the Context of Infectious Diseases throughout Life and the Role of Nutrition in Optimizing Treatment Strategies. Nutrients, 13(3), 886. https://doi.org/10.3390/nu13030886
Kenyon, J., Coe, S. & Izadi, H. (2019). A Retrospective Outcome Study of 42 Patients with Chronic Fatigue Syndrome, 30 of Whom had Irritable Bowel Syndrome. Half were treated with oral approaches, and half were treated with Faecal Microbiome Transplantation. Human Microbiome Journal. 13. 100061. https://doi.org/10.1016/j.humic.2019.100061
Borody, T. J., Nowak, A., & Finlayson, S. (2012). The GI microbiome and its role in Chronic Fatigue Syndrome: A summary of bacteriotherapy. Journal of the Australasian College of Nutritional and Environmental Medicine, 31(3), 3–8. https://search.informit.org/doi/10.3316/informit.119626231492520
https://www.healthrising.org/blog/2021/09/27/fecal-transplants-chronic-fatigue-syndrome/
https://www.healthrising.org/blog/2021/11/10/bacteria-fatigue-chronic-fatigue-syndrome/
https://www.globalwellnesssummit.com/trendium/a-healthy-microbiome-its-70-of-our-immune-system/
Kijimea K53 Advance – unico come l'intestino

Da oltre 10 anni, l'azienda SYNformulas di Monaco di Baviera, leader mondiale nel mercato dei probiotici con il marchio Kijimea, conduce ricerche su prodotti in questo settore. Con pubblicazioni su rinomate riviste specializzate come “The Lancet”, che sottolineano l'elevato standard scientifico di Kijimea, il marchio ha già ottenuto un grande riconoscimento.
Il team di ricercatori di Kijimea ha sviluppato un prodotto innovativo chiamato Kijimea K53 Advance, il quale dovrebbe differenziarsi fondamentalmente dagli altri probiotici in tre dimensioni:
Kijimea K53 Advance contiene, come suggerisce il nome, 53 diversi ceppi batterici, una varietà notevolmente superiore a quella di tutti gli altri prodotti presenti sul mercato noti ai ricercatori. Finalmente era disponibile un prodotto che cercava di imitare la diversità del microbiota umano.
Il dosaggio è straordinariamente elevato: Kijimea K53 Advance contiene quasi 600 miliardi di batteri per confezione! I ricercatori hanno calcolato che ciò corrisponde a ben 30 confezioni di prodotti convenzionali. Oppure, se si fa riferimento allo yogurt disponibile in commercio, alla quantità di batteri contenuta in ben 25 kg di yogurt.
Il team di ricercatori ha dedicato innumerevoli ore alla selezione accurata e alla composizione del preparato. Il risultato finale è un prodotto con 53 ceppi batterici selezionati con cura, che secondo i ricercatori sono perfettamente armonizzati tra loro.
Come si assume il prodotto Kijimea K53 Advance?
Kijimea K53 Advance è pensato per un’assunzione quotidiana.
Attraverso l’assunzione regolare e ad alto dosaggio di una grande varietà di ceppi batterici diversi, l’intento dei ricercatori era quello di creare una routine semplice che possa essere facilmente integrata nella vita quotidiana.
Come ordinare Kijimea K53 Advance
Attualmente, Kijimea K53 Advance non è sempre disponibile in modo affidabile a causa dell’elevata domanda. Tuttavia, direttamente dal produttore su Kijimea.it, il prodotto è quasi sempre disponibile. Nello shop online di Kijimea, le clienti possono inoltre beneficiare di una garanzia di rimborso: il produttore è talmente convinto della qualità dei suoi prodotti che offre un rimborso completo entro i primi 30 giorni per i clienti che, contro le aspettative, non sono soddisfatti.
Inoltre, su Kijimea.it la spedizione è gratuita per ordini di importo superiore a 25 €.
Un altro punto a favore: il produttore offre gratuitamente ai clienti interessati informazioni medico-scientifiche sul microbiota via e-mail, comprese utili indicazioni che possono essere facilmente applicate nella vita quotidiana.
Buono a sapersi: tutti i prodotti Kijimea sono realizzati in Germania senza l'uso di organismi geneticamente modificati e sono privi di test sugli animali. Sia il processo di produzione che gli impianti utilizzati sono certificati secondo lo standard farmaceutico GMP. Inoltre, ogni lotto viene testato in un laboratorio indipendente prima di essere immesso in commercio.
Perché le persone ordinano la confezione più grande
Kijimea K53 Advance è disponibile nelle confezioni da 20, 28 e 84 capsule. A causa dei continui ritardi nelle consegne dovuti all'elevata domanda, la maggior parte dei clienti ordina comunque direttamente la confezione da 84 capsule. In questo modo, possono assicurarsi di assumere Kijimea K53 Advance regolarmente anche oltre il primo mese.
Le consumatrici apprezzano anche l'accurata composizione e gli elevati standard qualitativi che l'azienda garantisce per i suoi prodotti. Online si possono trovare diverse recensioni di consumatori entusiasti.
Vittoria A.
"Ottimo prodotto, unico nel suo genere con così tanti ceppi diversi. Anche il confezionamento di ogni singola capsula è ottimale, perché ne garantisce l’isolamento dall’umidità. Lo acquisterò nuovamente."
Francesca F.
"Ho iniziato ad usarlo da poco ma sento già i benefici."
Antonio S.
"Decisamente il miglior prodotto che io abbia mai provato."

Sandro De Rosso è nato a Milano nel 1965 e ha scoperto la sua passione per la scrittura fin da giovane, collaborando a diversi giornali studenteschi. Dopo la carriera accademica, ha partecipato a numerosi seminari e conferenze sul tema della salute, che gli hanno permesso di combinare la sua abilità giornalistica con la sua passione per la medicina. De Rosso ha scritto per diverse riviste mediche e di salute.
Nel 2005, Sandro De Rosso è entrato a far parte della redazione di Consulente della Salute. Grazie alla sua profonda conoscenza del settore sanitario e al suo talento per una comunicazione scientifica precisa e comprensibile, ha fatto rapidamente carriera. Nel 2015 ha assunto la carica di caporedattore.
Sotto la guida di De Rosso, Consulente della Salute pubblica un'ampia gamma di articoli e rapporti rivolti sia ai professionisti del settore medico sia ai profani interessati. Il suo obiettivo è presentare argomenti medici complessi in modo comprensibile e allo stesso tempo condividere le ultime ricerche. Sandro De Rosso è noto per la sua meticolosa ricerca e il suo impegno per un giornalismo di alta qualità.
Le informazioni contenute in questa pagina non costituiscono un parere medico e non devono essere considerate tali. Consultare il medico prima di modificare le cure mediche abituali. Questo prodotto non è destinato a diagnosticare, trattare, curare o prevenire alcuna malattia. L'effetto dipende da fattori individuali. Le immagini delle persone colpite sono state ricreate e i loro nomi sono stati cambiati.

